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Il Pagliaio delle Mele

Premessa

A sera i boscaioli tornavano al Pagliaio nel bosco di Raspa . Il lavoro giornaliero li stancava  a tagliare  piante di castagno, di querce e pino . E non  risparmiavano  gli arbusti del Corbezzolo ,  dell’Erica  e del Sughero , rude nella sua particolare corteccia . I buoni tronchi di castagno venivano misurati e , selezionati e  appartati , diventavano la prima scelta  per far delle buone tavole  . Gli scarti sarebbero stati utilizzati  come buoni supporti per l’agricoltura e l’edilizia mentre tutto il resto poteva diventare legna da ardere o destinata alle carbonare.  Lavorarono e vissero a Raspa , per più di un anno e la loro casa fu  un pagliaio  addossato ad una grossa quercia sulla “trempa “ di Raspa. Raspa è tuttora una località appena fuori dall’ abitato di Jacurso. I boschi di querce e castagni prevalgono su altre piante e , quando andarono  via i boscaioli , il capanno , un pagliaio ben fatto, restò in mezzo al bosco. Non difettava quasi di nulla. Caminetto , tavoli , panche e un letto fatto molto bene con il buon legno scelto dai boscaioli.

Nei paraggi , Nina, oramai in età da marito , governava alcune capre e Micu le pecore. Mariuzza la loro mamma si dedicava alle faccende della terra e faceva provole . Poi andarono via tutti . Se li portò via l’emigrazione e il pagliaio restò solitario in mezzo al bosco sino a quando non divenne il “ Pagliaio delle Mele “ o se volete “Il Pagliaio de la Pumara “….

 

franco casalinuovo  per  Ass.Cult. kaloKrio e Jacursoonline


La Venere del Botticelli : la rappresentazione della bellezza e dei bei sentimenti ,la personificazione del bello e del piacere.

 

Il Pagliaio della Mela fa parte della collana " Racconti Brevi " autore Mimmo Dastoli

 

Il Pagliaio delle Mele

Passò qualche giorno e la madre cominciò a darsi da fare .Andò al bosco a fare frasche per il pane , ma era solo una scusa  per andare a controllare il Pagliaio della Mela.. . Così era chiamato e non senza ironia . Il Pagliaio era situato in una zona del bosco di Raspa ,accortamente riparato dal vento  e dagli sguardi di possibili  curiosi . Si accedeva da un viottolo in mezzo alle querce e  bisognava scendere nella vallata per poter riuscire a vederlo . Era stato l’impiegato del comune ad avere dato il nome a questo pagliaio . Era una domanda retorica che lui faceva  in modo ironico alle coppie che andavano a fare la prima promessa . Infatti, appena arrivavano i futuri sposi  in Comune , prima che iniziasse la cerimonia  del matrimonio civile..lui si avvicinava  allo sposo e ..in modo ammiccante e riservato bisbigliava al giovanotto se… era andato con la sua fidanzata al “ Pagliaro della Pumara “ !! .

 

Tutti sapevano che non c’era mai stata una Pumara    in quel bosco ma ognuno tacitamente sapeva  a cosa alludesse con quella frase . Veronicuzza , con l’accetta e corda  in mano e di prima mattina , per tre mattinate di seguito  andò a frasche . Nel fagotto portava  il necessario per poter consentire ad Anna  di rifugiarsi almeno per una settimana in quel Pagliaio in modo tale da spargere la voce  in paese che erano scappati a che prima o poi  sarebbero tornati  per potersi sposare  in Chiesa con tutti i sacramenti. Portò delle lenzuola e delle coperte di lana perché aprile  non era tenero per chi non avesse casa sopra la testa .

Una "pezza di cotone " , non troppo grande ma bene in vista , attaccato al ramo della Cerza...

Il Ponente fischiava a più non posso e, dal mare, portava aria fredda  pungente e impetuosa   . Al terzo giorno , prima di tornare a casa , all’inizio del viottolo che portava al Pagliaio  lasciò il segno che tutti sapevano cosa significasse . Una pezza di cotone , non troppo grande ma bene in vista ,attaccato al ramo della cerza , alla sinistra del viottolo, che voleva indicare al passante,  che magari era all’oscuro della Fujitina , che il Pagliaio  , dalla mattina successiva , sarebbe rimasto  occupato  da chi  aveva consumato clandestinamente  la prima notte di matrimonio . Arrivata a casa , diede uno sguardo di intesa ad Anna e si mise a preparare la tavola dove avrebbero consumato al cena frugale . Per l’occasione , al marito , riempì un bicchiere di vino in più  e , con voce ferma , gli disse che l’indomani mattina , più presto del solito, avrebbe dovuto andare al Mulino della Licerta  a macinare perché stavano finendo il pane  e il giorno successivo avrebbe dovuto “ schjianare “ .

Il marito , vuoi per la stanchezza ma addolorato per quel che era successo , senza battere ciglio si alzò dalla tavola e si buttò vestito sul saccone di spugghjiuli . La moglie provvide a coprirlo con le coperte . Poi continuarono a  trafficare e parlare di più   con Anna e , come tutte le sere , con una pena interiore ma senza darla a vedere , andarono a coricarsi .  A mezzanotte , Anna si alzò , si vesti e attese il segnale convenuto . Non aveva paura di attraversare il bosco   che in altri momenti , anche di giorno, le faceva paura . Uscì silenziosamente da casa , la madre le fece le ultime raccomandazioni  e , poi, per non  fare rumore, aveva provveduto a mettere la limurga  alle cerniere .

Chiuse delicatamente la porta per non svegliare il marito e mentalmente le augurò buona fortuna . Il marito non dormiva….  ma fece finta uguale di russare e si girò dall’altra parte . Anna e Bruno conoscevano  la strada a memoria ed anche ad occhi chiusi sarebbero arrivati al pagliaio.  Non c’era necessità di lanterne o tizzoni per illuminare il viottolo  . Mano nella mano e ,respirando tutti e due nello stesso momento , con gli occhi  eccitati dal desiderio , in meno di mezzora  arrivarono al Pagliaio delle Mele . Aprirono la porta e  senza pensare di non far rumore ,  accesero la lumera che era stata portata  da Vironicuzza   e finalmente poterono  coricarsi .

 

La stanchezza  e l’emozione della fuga   furono solo un pallido ricordo    …  Si abbracciarono con la stessa foga del giorno del temporale  e  poi fu una guerra senza fine  che si concluse senza vincitori  solo alla mattina alle prime luci dell’alba…………

Ciccillu lu giuvane .. guardò fuori dalla finestra  le stelle  e  vide che brillavano … ma  con altra luce   …e pensò agli occhi di Anna che luccicavano e illuminavano   con tutta la loro forza la volta del cielo .

 

Andò nella stalla.                                                                                                                       Era più stanco della sera prima , mise lu ‘mbastu alla ciuccia e , preparò due  sacchi di grano , li legò a lu ‘mbastu dove avrebbe dovuto sistemare la farina e  con fare delicato , prese la capizza e , come al solito ,  Fhravettè…  jhiimu  a macinare …ma stavota   non macinamu sulu lu ranu  … macinamu puru li doluri ! E l’asina quasi con tono dimesso  come il suo padrone , si avviò  verso il mulino …

 

 

 

 

 

 

Cerza = quercia

Trempa = Pendio scosceso ricoperto di arbusti  e alberi

Pumara = Albero della Mela. Mele da mangiare

Frhravettè = La Fhravetta, in dialetto locale, è il nome dell'Allodola

'Mbastu = Non una sella ma adatto per sistemare, lateralmente all'asino,  le cesti

Capizza = Fa parte della bardatura dell'asino , In strisce di cuoio  mantiene le redini eviene cinta alla testa

Schjianare = si dice della farina impastata da spianare

Il Mulino della Licerta = Mulino a movimento idraulico e pietre di granito. Attivo sino al '60


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