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Bruno e l'Odissea

 

Un ragazzino , necessariamente quasi grande per capire quel che  racconta il padre. E’ magro  e solo moderatamente alto. Porta   i calzoni corti e un’aria timida , quasi spaventata, perché è domenica e incontrerà altri ragazzi con i quali non ha amicizia. Non ha una sua convinzione e gli manca  la consapevolezza del perché deve andare a messa ma intanto questo insegnamento della madre gli servirà, come i tanti,  che impara giornalmente in campagna.

Al Calvario si incontrava la prima “ Gambitta “ utile per mettersi a posto prima di entrare in paese. I contadini che andavano a  “Sipandina “ portavano le scarpe ai piedi sino a Castanò. Qui le scarpe venivano appese al manico della zappa e si procedeva a piedi nudi . Un po perché abituati ,molto di più per non consumarle e per non “ sdillabrarle   lungo il percorso  su viottoli accidentati ,fangosi e sconnessi.

Le campane avevano un ruolo sociale interessante . Oggi le campane delle chiese suonano molto di meno dei vecchi tempi, quando, oltre ad annunciare ricorrenze liturgiche e festive, potevano suonare in casi d’incendio o in situazioni  eccezionali come il coprifuoco durante la guerra. Il popolino dei vecchi tempi usava poco l'orologio, molti non lo possedevano ed altri non lo conoscevano; tutti però sapevano interpretare il suono delle campane delle chiese.

Esse incominciavano a suonare la mattina prestissimo, poiché verso le ore 4,30 si celebrava la prima messa, che il popolo chiamava “la missa de l’arva ”,  per permettere ai contadini, che a quell'ora già si avviavano verso la campagna, di assistervi e raccomandare la giornata e il lavoro a Dio.

Nelle campagne lontane dai centri abitati, dove non arrivavano i rintocchi delle campane, era il gallo che annunciava l'approssimarsi dell'alba.

Poiché i contadini lavoravano "dall’alba al tramonto" ,non avevano bisogno di orologio; era il sole che, attraverso l’inclinazione delle ombre lasciate durante il suo cammino, regolava tutte le ore della giornata. Bruno non aveva orologio. Viveva come… il padre che  aveva imparato dal nonno e dal nonno aveva preso il nome .

Quando il sole era alto sulla propria testa, era "menzijuarnu " e mangiavano qualche cosa. Al tramonto  smetteva di lavorare,  “cenava “ e andava subito a letto, come le galline ! si diceva.   La Domenica era perciò un giorno particolare ! Quello del cono  , della messa e di Ulisse !

Ma chi era Stu Ulisse ?

La gente per capire chi era il defunto, contava il numero dei rintocchi suonati: 15 colpi per gli uomini, 14 per le donne, per i bambini sotto i sette anni niente colpi. Si suonava la gloria !

Elena ,Menelao ,Achille , Agamennone diventarono una curiosità per Bruno . Si rodeva il cervello col suo immaginario campestre per il mare che non conosceva e  non riusciva a dargli un senso alla grandezza e per  l'acqua azzurra che gli raccontavano e poi Polifemo  ..La notte pensava di risolvere questi vuoti …nei sogni che ,però , sino a quel momento lo avevano confuso ancora di più! .

 

 

Usciva da " Cundriaci " e vedeva la proprietà del Direttore e , ancora sopra , il Cimitero


O tà ! cu era Ulisse ? terza parte

Si costeggiava il cimitero con le sue mura severe e i suoi cipressi e un silenzio incredibile dava l'impressione di incominciare la strada per l'aldilà. Ma subito dopo si costeggiava  a destra la proprietà del Colonnello.  Cundriaci  a sinistra, la proprietà del Direttore e poi la discesa di San Michele con le sue radici di castagni centenari  ci portava direttamente alle prime case dello Stretto e del  Calvario.

Quando si arrivava nelle vicinanze del Calvario il padre  si avvicinava alla prisa dell'acquaro, che arrivava dalla montagna, entrava, a piedi scalzi, dentro  la “ prisa “  dopo aver fatto alcune pieghe ai pantaloni perchè non si bagnassero e si toglieva con quell'acqua fresca  la polvere che si era accumulata  nei piedi scendendo dalla montagna . Perchè la strada era solo " mbricciata e imbrogliata con terra.

Località "Strittu de Supra " In fondo  c'era il Calvario. La " prisa ", subito all'ingresso del paese.

Si asciugava velocemente con un fazzoletto , si infilava i calzettoni di lana,  che aveva conservato nelle tasche dei pantaloni, metteva giù  dal bastone, dove le teneva attaccate dai lacci, gli scarponi ancora lucidi e profumati del grasso che veniva usato per tener morbida la tomaia di cuoio, se li infilava ai piedi, li allacciava con le stringhe e alla fine, alzatosi dal gradino che aveva utilizzato come sedile, sembrava un'altra persona. Il grasso non era quello della scatoletta ma quello del maiale . Le scarpe si " nsivavano ".

Più alto, impettito con lo sguardo dritto e con l'aria sempre più seria, si rivolgeva a Bruno che aveva osservato con attenzione tutte le operazioni del padre, dicendo :…andiamo a messa.

Lui, a fianco di quell'uomo straordinario che era il padre, si sentiva un uccellino...gli scarponi di entrambi, sul selciato di via Marconi, suonavano come quattro campane. Quelli del padre con un  suono cupo e forte e i suoi con un suono meno pesante  e , perciò ,  allegro. Più giovanile .

La bottega del falegname Mastru'ndria, sulla destra e più giù, sulla sinistra, la bottega di mastro Michele, mastro d'ascia, faceva in modo perfetto li maruggi sia di accetta che di zappa e sapeva fare le spinnocce alle botti di vino ...novembre giorno di San Martino.

Poi giù la stalla de Vicenzuzzu e poi quella di Micheluzzu, due fratelli massari,  che avevano i carri e che durante l'estate, quando il raccolto del grano era buono e c'era una mietitura abbondante, il padre li chiamava per …pisare.

La casa enorme del dottore e poi giù ancora la stalla de Giuannidepietrudegiuanni con la giumenta e il calesse, la casa de Nunziatina sulla destra, che faceva angolo con la via del Timpone, e infine la piazza antistante la Chiesa , piazza San Giovanni, e la Chiesa un cubo grigio e freddo dove ogni domenica mattina si celebrava la messa.

 

Era anche quella un'occasione che gli consentiva di apprendere e lui  faceva buon uso di quell'ora e mezza. Osservava gli altri ragazzi, ascoltava i loro strani discorsi, guardava quegli uomini tutti vestiti di nero e con il cappello in testa, le strade diverse da quella che portava in montagna. La funzione della messa domenicale, quella delle dieci era occasione di farsi conoscere e conoscere.

La chiesa di San Bestiano si trovava al centro del paese.

Era una chiesa povera con mura bianche e alte, freddissima d'inverno e fresca d'estate. Aveva due accessi una porta piccola che fungeva da porta d'accesso per tutte le funzioni non ufficiali e che era situata in piazza san Giovanni e poi l'ingresso dalla Tribona che veniva usato soltanto in occasione di processioni matrimoni o funerali, un portone grandissimo orientato ad est . Era stata fatta così, si diceva in paese dopo che era stata distrutta da un terremoto terribile di non si quale periodo ma certamente più di due secoli prima e i vecchi raccontavano che c'era una cupola grande sopra l'altare maggiore e che crollò durante quel terribile terremoto, e per fortuna aggiungono ancora non successe di domenica e di giorno altrimenti sotto le macerie della chiesa sarebbe morto almeno mezzo paese.

Il terremoto lo chiamano ancora lu benedittu quasi a cercar di rabbonirlo e quando parlano di quel benedittu si fanno il segno della croce. Quello che crollò non fu mai ricostruito allo stesso modo e né i preti e né la gente pensò mai di abbellire la chiesa con cose artistiche quasi ad aver paura che si potesse ripetere lo stesso evento e quindi sprecare soldi e lavoro senza costrutto.

Durante le funzioni una barriera invisibile  separava  gli uomini dalle donne.

Le donne occupavano la parte antistante la balaustra che delimitava l'altare. Avevano tutte la loro sedia e un lungo corridoio separava le due corsie. In prima fila le donne di chiesa, mio padre le chiamava le bizzoche e queste erano addette a recitare il rosario e a rispondere alle parole del prete. Le file delle sedie erano separate da un inginocchiatoio su cui si inginocchiavano quando il prete faceva la consacrazione. Dopo le bizzoche c'erano le sedie delle donne benestanti, che avevano il diritto di arrivare quando volevano e nessuno poteva dir niente, nemmeno il prete.

Arrivvavano trafelate magari durante il sermone aprivano rumorosamente la porta d'ingresso di piazza san giovanni la richiudevano infilavano le dita nell'acquasantiera si segnavano con il segno della croce e poi in modo apparentemente leggero si avvicinavano alla loro sedia e si sedevano per placare l'affanno. Tutte le donne si giravano ad osservare la scena e ognuna di loro invidiava questa sfrontatezza. Invidia dovuta al fatto che se una di loro avesse fatto questo...peccato, cioè arrivare alle funzioni quando queste erano iniziate, il prete, diventava un giudice accusatore  e strillava dall'altare come una vecchia gallina e terrorizzava le bizzoche facendo vedere le fiamme dell'inferno; lui sapeva benissimo che nessuno si terrorizzava per quello che diceva ma era una parte che lui doveva recitare e tutti a ridere e a sghignazzare in silenzio sulle sue tiritere.

Gli uomini occupavano lo spazio del portone grande e c'erano i banchi disposti su sei fila e in mezzo un corridoio per accedere ai banchi. Sulla sinistra il fonte battesimale e sulla destra una scala che portava al campanaro, meta molto ambita dai ragazzi perchè lì sopra ci si poteva divertire durante la funzione sacra.

Non tutti potevano salire ma solo chi era abitudinario e Pasquale il sagrestano riusciva  a selezionare chi poteva salire e chi no e a far rispettare le sue decisioni in modo molto energico. I primi che avevano accesso al campanaro erano quelli che sapevano suonare le campane.

Non era facile suonarle, bisognava “sapere la musica” dicevano quelli che avevano imparato a suonarle. C'erano diversi ritmi il più difficile era quello del Gloria. Le campane dovevano partire con il suono acuto e utilizzarlo per almeno sette o otto volte con lo stesso ritmo e poi si intercalava ad un ritmo allegro la campana col suono greve

din – din – din – din – din -  Ndòn .....ndolindondi-ndolindondi-ndolindondi.... ndolindondindolindondi – ndolindondi -

….Bruno non aveva mai neppure tentato di suonare ,figurarsi se poteva  immaginare di suonarle  incominciando dalla parte difficile, però la notte in sogno ci riusciva. Poi c'era da imparare il suono dell'Ave Maria e quella del mattutino che era lo stesso suono ed era più semplice e poi c'era il mortorio o la spirata che era il suono che avvertiva la popolazione che qualcuno era morto e questo era semplice perchè bisognava far sentire per un tempo abbastanza lungo la campana col suono argentino e più duravano i rintocchi più era importante la persona che era morta.

Nei discorsi che sentiva fare dai ragazzi della sua età lui era molto interessato a quello che facevano a scuola. Ogni tanto qualcuno diceva di odiare Omero e l'odissea. Era più bella l'Iliade o l'Odissea? Si domandavano fra loro e tutti amavano l'Iliade.

 

Achille Diomede Patroclo Ettore Andromaca Priamo Trojia (veniva sussurrata questa parola) Minerva Giove Ulisse Aiace i fratelli Aiace il cavallo di trojia (sempre sottovoce). Lui non capiva di cosa parlavano ma era affascinato da questi nomi.

Una sera d'inverno seduto anche lui sul ceppo di legno con la madre vicino al focolare, guardando quelle fiamme che mandavano ombre rossicce sui muri che la lumera non riusciva a illuminare, chiese alla madre  se avesse mai conosciuto Omero o Achille o Minerva o altri di questi personaggi e la madre cercando di dare una risposta che potesse  essere in qualche modo completa rispose che si, un po' li conosceva ma non ricordava bene chi fossero...aveva sentito parlare di una guerra che era durata tanto tempo per colpa di una donna molto bella sposata che si era innamorata di un bellissimo giovane e di notte erano scappati assieme ed il marito che era una persona importante o un re per vendicare l'offesa dichiarò guerra al padre di questo giovane.

La guerra durò a lungo e morirono molte persone ma alla fine con un trucco inventato da uno degli alleati del re che aveva dichiarato guerra entrarono nella città e la distrussero. L'inventore del trucco  uomo molto furbo e molto forte impiegò altri dieci anni per tornare a casa dalla moglie e dal figlio. Bruno domandò come si chiamava quest'uomo sfortunato che impiegò dieci anni per ritrovare il figlio e la moglie e la madre in un soffio di voce quasi a vergognarsi di quello che gli stava per dire sottovoce e con lo sguardo rivolto a terra quasi a nascondere un segreto lo invitò a domandare al padre questa informazione perchè lui conosceva la storia.

Le notti successive a questa spiegazione Bruno sognò battaglie senza fine, soldati con gli scudi e gli elmi rotti e morti  e cavalli che correvano e che si scontravano e sognò questa città chiamata sottovoce trojia e gli abitanti  e quella donna bellissima per cui era scoppiata la guerra e il trucco che quel comandante aveva escogitato per entrare dentro l'esercito e distruggere la città e a volte indossò le armi di Achille altre volte quelle di Ettore e duellava con coraggio e ardimento uccideva a seconda di come sognava trojiani o greci e al mattino si svegliava sudato e stanco come se avesse davvero combattuto grandi battaglie.

Non riuscì a sognare mai Ulisse, quello che non riuscì a tornare subito a casa e impiegò dieci anni.

Provò anche a coricarsi con l'idea di sognare questo personaggio, ma non ci riuscì.

Si demoralizzò a tal punto da non riuscire ad addormentarsi se pensava a questo comandante, per cui una mattina d'inverno in cui c'era neve in montagna e stava aiutando il padre a governare gli animali prese il coraggio a due mani e nel silenzio della stalla non riuscendo nemmeno a dominare l'ansia si rivolse al padre e con voce non sua domandò: o tà cu era Ulisse?

La voce di Bruno  nel silenzio della stalla riscaldata dal lento ruminare  degli animali, fu come una frustata.

Il padre che con il forcone stava mettendo un po' di paglia all'asino, fermò il gesto a mezz'aria si girò lentamente a guardare il figlio, lo fissò negli occhi con i suoi  quasi spiritati e lucidi respirò profondamente e lentamente mise la paglia nella mangiatoia dell'asino posò il forcone si avviò verso l'uscita della stalla seguito da Bruno che non riusciva a comprendere perchè il padre stava agendo in quel modo, e , appena arrivato sulla soglia  al riparo dal vento freddo che da tramontana portava nuvoloni carichi ancora di neve , alzò la mano e indicò la marina e la piana che da Sant'eufemia portava fino alle pendici della gola di Marcellinara,  e con voce diversa carica di tonalità basse e antiche puntò il dito e “ la vedi la pianura? Una volta qui c'era il mare.” E parlò di Ulisse. Ma Bruno come fosse preso da febbre terzana non respirò più gli mancò il fiato, dimenticò il freddo il vento la neve, chiuse gli occhi cullato dalla voce del padre e quando lì riaprì vide il mare...

Era più grande della gurna che raccoglieva l'acqua che d'estate serviva per innaffiare e i confini erano le pendici dei monti Mancuso Reventino Tiriolo e da questa parte , da dove si trovava lui, il pianoro che accoglieva i paesi di Curinga San Pietro Maida Jacurso Cortale Girifalco Borgia  Squillace per fermarsi infine all'altro mare.

Gli avevano detto che il mare si muoveva sempre, ma la sua immaginazione non era mai arrivata a configurarselo per cui pensava che si muoveva solo se tirava il vento e in quella gola e su quel pianoro il vento spirava sempre e  forte.

Il padre lo guardò senza vederlo e un moto di eccitazione lo colse e gli parlò di Ulisse.

Gli raccontò di come questo generale che non era un generale ma il re di Itaca una isola della Grecia , della Grecia capisci? ... E  gli occhi gli brillavano come se avesse la febbre, le parole sembravano un fiume in piena e lo sguardo andava oltre tiriolo e il mare di squillace , da dove siamo arrivati noi tanto tempo fa, si alleò con Agamennone per vendicare l'onore di questi e come nei dieci anni che durò la guerra di Troia si era distinto per l'ardimento e per l'ingegno.

 

 

 

 

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