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Vita Contadina e Superstizioni

 

 

 

Credenze e Superstizioni

La cultura , nella civiltà contadina , è stata essenzialmente la cultura del silenzio , capace cioè di osservare pazientemente la natura e mantenerla viva

 

 

Il contadino conosceva tutto quanto toccava con mano : la terra, le piante , l’acqua , gli animali. Percepiva l’odore incostante della terra e la sua densità, il colore ,il profumo delle piante, il sapore dell'acqua , i bisogni e la paura degli animali con i quali condivideva la scansione del tempo e la evoluzione del lavoro.

Aveva anche un personale rapporto con la terra e certe volte, quando la giornata era stata faticosa , dall’alba al tramonto, tornando si sdraiava sul pagliericcio portandosi addosso quella seconda pelle che era tutto per lui.

Generalmente la vita sociale in campagna si esprimeva nell’ambito strettamente familiare, tranne che in alcune particolari occasioni quando l’aggregazione , per il sostegno della forza lavoro, diventava decisiva e fondamentale.

La cerchia delle braccia lavoro in seno alla famiglia non consentivano cioè occasioni particolari di attività come il raccolto del grano o dell ‘uva ed allora avveniva un significativo ampliamento del gruppo familiare . Parenti e vicinato quasi abitualmente.

La semina, la concimazione e, in genere, le tecniche di lavoro, il momento del raccolto, oltre ad essere, ovviamente, fasi del processo produttivo, scandivano anche sequenze rituali e simboliche di un processo che metaforicamente potrebbe essere definito un andamento Vita Morte o come il Giorno e poi la Notte , l’Inverno e l’Estate , le Semine e i Raccolti.

La campagna , cioè la natura, con tutte le sue peculiari componenti ,favorevoli o avverse , fanno sentire il nostro contadino quasi imprigionato in una lotta continua che spesso lo portano a dire che la vita è una lotta e a chi gli domanda come vano le cose spesso risponde ..” chi ‘bboliti ! si cumbatte !

La campagna è infatti ogni giorno affrontata con la forza lavoro di tutta la famiglia che tende a conquistare l’ appagamento attraverso i frutti sperati che la natura non sempre dispensa nell’immediato ma che a volte addirittura vanifica per le avversità metereologiche , infezioni parassitarie ,animali predatori …

Il periodo dei raccolti costituivano , poi , il tempo di maggiore apprensione perchè la buona riuscita dell’annata o l’ esito poco soddisfacente , veniva quantificato non in termini di rendita monetaria ma esclusivamente in termini di bene prodotto per la sussistenza a volte anche annuale.

Concimare i campi , arare , seminare ,vedere spuntare il grano , vederlo crescere e fiorire rappresentavano un ciclo di vita che però si trasformava nell’opposto quando il grano maturava ed appassiva .

Con la raccolta , cioè, si poneva fine ad un ciclo vegetale vitale che poneva già nell’incertezza la ripetizione favorevole di questo ciclo di sopravvivenza .

Il ritorno , o meglio , il ripetersi di questo ciclo naturale , sarebbe dipeso dalle forze favorevoli della famiglia o avverse della natura che umanamente restavano e rimangono incontrollabili.

Fu così che nel mondo contadino cominciarono a prendere vita e a rafforzarsi un miscuglio di pratiche , tra religiosità e stregoneria , che volevano essere un rimedio per scongiurare una “malannata “ , augurarsi una buona vendemmia ,una rigogliosa fioritura delle piante d’oliva …ma ,in testa, alla buona sorte del nucleo famigliare.

Erano ancòra gli anni cinquanta quando, si sentiva persino dire…che “ povariajhu ! ‘stà fhaciandu ‘n’agonia …ca ‘ na vòta vrusciàu lu jiagu de li vue “ ( poveretto sta facendo un’agonia-non riesce a morire – perché quand’era in vita ,una volta, bruciò il giogo dei buoi ).

Anche i ramoscelli di ulivo e di palma, benedetti la domenica delle Palme, venivano portati nelle case e soprattutto nei campi, nella convinzione che erano utili per proteggere gli uomini, gli animali ed il raccolto. …“ Li dunàru lu pane jhiàncu “ (Gli hanno dato il pane bianco ! )... non ci sono orecchie per comprendere, oggi , la rinuncia ad un fetta di pane di grano.

E questa voleva ricordare “… i sacrifici di una vita …” perché abitualmente si consumava il pane de ‘ndianu , o di altre farine misto anche a patate. In fin di vita , gli si esaudiva , perciò , il desiderio del pano di grano. Dare credito a queste “ dicerie “ ,oggi , finti opulenti senza misura , pensiamo di esaurire quasi con fastidio queste rinunce alle quali “ quelli “ non ponevano limiti e se un limite ponevano era ragionevolmente allo spreco e all’esercizio di sapere rinunciare a qualcosa. Anche al pane .

In questo senso si collocava anche il credere come alcune piante particolari , animali o “ segni “ inconfondibili potessero contrastare la negatività. Tra le piante , quella dell’Ascensione (la ruta selvatica) veniva considerata uno dei segni augurali e premonitori . Questa doveva essere raccolta in un posto da dove non si poteva guardare il mare e andava raccolta in ore e giornata particolare. Doveva essere appesa ad un quadro, ad un chiodo ma comunque sopra al capezzale del letto.

Questa pianticella , sdradicata con le radici era facile trovarla e appartiene alle piante grasse. Si può scrivere ,allora , come non avesse necessità di acqua e che pertanto potesse vegetare tranquillamente . E nelle case coloniche e di paese , dove l’umidità non era necessario “ comprarla “ , era facile osservare il rigoglioso risalire dei germogli e poi la fioritura.

Se fioriva , infatti , era di buon augurio, se seccava, al contrario non era un buon presagio . Abitualmente fiorivano tutte. Questa piantina si poteva cercare e quindi raccodliere solo la mattina in cui si celebrava l’Ascensione . Da questa ricorrenza religiosa aveva preso il nome di “ l’erva de l’Ascensione “.

Era un'erba considerata magica, usata fin dall'antichità da streghe e guaritori per le sue virtù: Chiamata volgarmente "ombelico di Venere", questa pianta dai piccoli fiori rossastri , aveva il potere di attrarre la fortuna se veniva sospesa fuori dalle finestre in maniera tale che i fiori si volgessero sempre verso l'alto.

Affinché l'erba dell'Ascensione, detta anche Erba della Fortuna, mantenesse il massimo potere benefico, doveva essere cercata all'alba e al momento della raccolta , per ottenere la sacralità del beneficio , occorreva venisse pronunciato il seguente versetto augurale:

Ben trovata fhurtunejha, quandu Gesù jhia ppè terra! Chi ttì disse, chi ttì scrisse,

Fhortunejha, chi ttì disse?”

Spesso , quando s’era stabilita qualche confidenza con il prete ( Ndò Franciscu Panzarella , Ndò Vito Provenzano o Don Adolfo Guzzo ( parroci di fine Ottocento e Novecento ) si faceva pure benedire per accrescerne le virtù propiziatorie . Accanto alle leggende e alle tradizioni, fanno parte di ogni popolo pertanto le superstizioni, che spesso non sono altro che sopravvivenze di idee e concetti antichi, aventi radici in un modo di pensare ancestrale.

Frutto dell’antica civiltà contadina, superate in buona ragione col passare del tempo tanto da sembrare ridicole anche a chi ancora le pratica per abitudine.

Sono tutt’oggi molti , però , i pregiudizi rimasti e praticati ancora nel nostro paese e nel meridione in particolare . Per curiosità , cercheremo di riprendere qualche credenza e scoprirne il loro “ uso “.

Il malocchio, una delle superstizioni ieri più diffuse ed oggi fuori uso ma ben presente camuffato .

Altra credenza - Porta male posare il cappello sul letto.

Nel mese di Maggio è sconsigliato sposarsi perchè esiste, in questo mese , un giorno sfortunato e nefasto del quale nessuno conosce la data.

Nel corso del tempo si acquisirono così nel popolo contadino una serie di pratiche o “rimedi” per scongiurare la precarietà del raccolto ed augurare una rigogliosità della pianta stessa.

Aratro e “Giogo” erano considerati due Attrezzi ,oggetti sacri da venerare ed insieme ad essi tutti gli attrezzi dediti all’agricoltura che venivano a contatto con il sangue umano o animale.

Era diffusa la credenza, come già si è detto, che se un contadino sul letto di morte allungava la sofferenza ciò stava , anche ,a significare che durante la sua vita aveva ,forse, compiuto delle azioni negative, come ad esempio bruciare un aratro o un giogo.

Altra credenza diffusa in tutto il meridione e pure dunque a Jacurso : “Cu ammazza cani e gatti / la malasorte lu cumbatte, / e de stu mundu mai si parte”. Era uso dire che chiunque ammazza un gatto va per sette anni girovago per così pagare i 7 spiriti, che ha il gatto.

Credenze come si nota, tramandate anche in forma ironicamente scritte

Si ‘tti azzanna la salamida, t’appiccianu la candila "

Si credeva , pure , che quando cantava la gallina, era un avviso della morte di qualcuno della famiglia o comunque fonte di un presagio triste.

Il canto della civetta e del gufo ( a Jacurso “ Gulìu ) era di cattivo augurio, non tanto per dove cantava, o meglio era posato , ma dove mirava o guardava.

E’ mìagghiu màmmata mu ti ciange, / ca lu sule de marzu mu ti tinge”. E’ meglio evitare il male che suol cagionare il sole nel mese di marzo.

Alloro e Ulivo :bruciandone le foglie si traevano auspici sull’annata agraria: se queste crepitabano, il raccolto sarebbe stato abbondante; se bruciavano lentamente, scarso.

L’olio ed il sale che cadono inavvertitamente portano male, mentre il vino che si rovescia è segno di allegria.

“De vennari e de marti non si spusa e non si parte, né si da principiu all’arte “

La sera al tramonto, si soleva “ sdocchiare “ il malocchio:

Aglio : Era considerato come amuleto contro il malocchio. Appeso a grappoli alle porte delle case, allontanava i malanni.

Si poneva sul tavolo un piatto e lo si colmava di acqua, poi si poneva il piatto sopra la testa dell’adocchiato, quindi la “ sdocchiante” faceva il segno della croce sul piatto e si recitava ad alta voce il Credo.

Con il dito mignolo, intinto in un cucchiaio contenente olio di oliva, si faceva cadere nel piatto una goccia di olio. Se quest’ultima si allargava voleva dire che la persona era adocchiata, se, invece, non si dilatava, “L’occhiu non c’è”. Durante questo rituale si usava ripetere, con voce sommessa, un’orazione segreta : Grandi sbadigli e lacrime fredde scendevano sulle guance della Magara.

Quando le truppe napoleoniche occuparono la Calabria, i francesi realizzarono un minuzioso censimento nel quale registrarono anche le forme di magia popolare, la medicina praticata nelle campagne e gli usi considerati più barbari e arretrati.

Il mondo popolare calabrese ha ereditato la maggior parte delle antiche forme precristiane attraverso le quali la comunità scandiva i cicli fondamentali definiti dal mutare delle stagioni e dagli eventi propri della vita di ogni uomo. E ,noi , che arriviamo dal mondo magnogreco abbiamo nel lontano passato intrappolato molteplici aspetti finita a consolidarsi anche nella sensibilità religiosa attraverso un apparato di simboli.

Accejhuuzzu volantinu pìzzica 'nterra e bba a lu linu

e nnon jira a lu lino mio `   ca t'ammazza papà mio

f casalinuovo    per jacursoonline  kalokrio

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