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Cicciu Carvune

Cicciu Carvune

Patrioti e Carbonari  a Jacurso

«Da moltissimi anni ho volto anima e cuore ai martiri della libertà di questo nostro disgraziato paese, ed ho compilato un dizionario politico di tutti, morti per archibugi, pe' ferri, nelle prigioni, latitanti, nell'esilio, ovvero viventi ancora a benefizio e onore d'Italia.


E giungendo in Napoli dopo 12 anni e mezzo che ne mancavo, siccome annunzio dell'opera e siccome tributo della patria redenta, ho pubblicato i nomi degli estinti.

 

Se la tirannide ha fatto ricchi e cavalieri gli uccisori, noi facciamo immortali gli uccisi, i cui nomi onorati saranno solamente di esempio e di conforto alla forte novella generazione, ma di guida eziandio alle potestà della pubblica amministrazione...».

Guglielmo Pepe è uno di quei personaggi che si incontrano nei libri di storia. Facile da ricordare per il cognome curioso e ,forse meno, per le sue origini meridionali . Nativo di Squillace come il fratello Florestano. Entrambi Generali.

Guglielmo Pepe nacque a Squillace nel 1783 e morì a Torino nel 1855 dopo aver vissuto una vita molto movimentata dedicata alla causa italiana . Combatté nella Repubblica Napoletana (1799), successivamente, a fianco di Napoleone e di Gioacchino Murat , contro i Borboni .

Fu a capo dei moti carbonari del 1820 e per l’esito inaspettato fu costretto a riparare in esilio. Sospettato ,poi, di complotto contro lo stato borbonico, fu dapprima allontanato e poi arrestato.

Ferdinando II di Borbone gli accordò l’amnistia ma il suo animo inquieto lo coinvolse in altre imprese insurrezionali (1849 ) che lo costrinsero ancora all’esilio e nel 1855 moriva a Torino.


un documento di Barilà


Non era forse il caso di rivedere queste nozioni di storia ma se tanto è avvenuto era solo per recuperare la memoria storica che vide coinvolti , insieme al Pepe , anche nostri giovani “infervorati “ dalle sollecitazioni che con incredulità veicolavano ideali politici.

Il generale Pepe come sopra scritto ,era nativo di Squillace e certamente si sarà convenientemente adoperato per seminare le notizie.

Del Generale Pepe così scriveva Mariano d'Ayala l'8 di agosto 1860 nella ricorrenza

della sua morte .

Costui nel 1860, con il mutare dell'assetto politico-istituzionale, rientrò a Napoli dove pubblicò un primo elenco che comprendeva anche un nostro concittadino e che ,nelle intenzioni del generale, doveva additare ai posteri i nominativi di ben 939 martiri meridionali. Martiri che, nelle varie vicende insurrezionali e risorgimentali, avevano dato la vita per l'Unità della nazione.

Questo breve cenno per poter scrivere che nelle fila degli insurrezionali appare un tal De Vita Domenico ( leggi correttamente De Vito ) da Jacurso morto il 1854 .

L’Associazione Kalokrio che ha intrapreso la ricerca in diversi ambiti ,ha così accertato di almeno altri quattro “ animosi combattenti “ che ,oltre al De Vito , parteciparono ai moti reazionari.

Dubbiosi se tra contadini e scalpellini potesse nascere anche l’ideale patriottico e lo spirito politico rivoluzionario, i dubbi si sono placati con la scoperta di documenti e atti notarili i quali hanno lasciato il posto a certezze inaspettate .

Si apprende di ben quattro garibaldini che chiedono riconoscenza al novello stato sabaudo che, però,esaurisce le aspettative con una deludente motivazione .

Buccafurni Vincenzo, Graziano Domenico, Buccafurni Giuseppe ,Graziano Raffaele,Barilà Giuseppe restano ,comunque , i nostri garibaldini.

Buccafurni Vincenzo, in gergo carbonaro Cicciu Carvune, sarebbe stato il coordinatore della carboneria locale che sicuramente annoverava nominativi ancora sconosciuti e che forse non conosceremo mai.

Ferdinando Aiello e Mariano Maiolo appartennero ,invece, a San Pietro a Maida e Ferdinando fece pure parte degli eroi del ’48.

Per Cortale basta menzionare Andrea Cefaly che viene annoverato tra i cospiratori per attentare alla vita di Ferdinando Borbone.

Così sarà stato per Curinga e Girifalco mentre Filadelfia rimaneva il fulcro delle animosità e se a jacurso si ebbe la forza per una Carboneria con in testa Cicciu Carvune , a Filadelfia si saranno quasi certamente convogliate le risoluzioni degli interventisti patriottici con ben altra importanza .

E non sarà un caso se nel 1870 a Filadelfia nascerà la “ Repubblica Universale di Filadelfia.”

Quanti oggi siano a conoscenza di un tal “ Cicciu Carvune “ nome di battaglia del fu Buccafurni Vincenzo e delle sue azioni politiche locali , non è facile dire . Forse pochi o pochissimi.

Qualche suo discendente conferma quanto già si diceva a proposito del suo ingegno volto a costruire una bocca di fuoco importante . Un “ cannone” in grado di sparare. Pare (vero ) sia stato costruito utilizzando un opportuno tronco d’albero irrobustito con delle camicie esterne in ferro.

Il giorno della prova , il boato al momento dello sparo ,sarà stato senz’altro fragoroso , ci dice ,tale da attirare l’attenzione della gendarmeria borbonica di stanza a Maida che non mancò di portarsi a Jacurso per un sopralluogo chiarificatore.

Trovarono il cannone tra gli alberi di Santa Maria puntato sulla campagna di Rodia. Pare che il puntamento interessasse, invece , Maida dove la guarnigione borbonica era di base .

Disse il graduato della gendarmeria che l’arma era stata ben costruita ,era in grado di sparare ma avrebbe potuto farlo al massimo per tre volte.

Poi la cassa si sarebbe frantumata. Tra leggenda e verità possiamo raccontare di questi fatti ma i fatti e le verità pare debbano essere creduti come episodi realmente accaduti.

Altro episodio organizzato al passaggio di una processione . Bisognava compiere un atto intimidatorio verso la gendarmeria borbonica . Località designata l’odierna via Manzoni al punto di confluenza col vicolo che scende dal Piano di Maria e l’altro che porta al Timpone.

Si tira a sorte chi lo deve compiere ma al momento convenuto il designato “non se la sente “ .

Cicciu Carvune si sostituisce e compie l’atto intimidatorio. Spari puntati ai piedi dei gendarmi. Poi a gambe nella campagna sopra il Piano di Maria.

Come si può osservare dall’elenco che interessa la provincia di Catanzaro le provenienze interessano maggiormente il territorio del nostro comprensorio. 

Curinga e Filadelfia in testa e poi Girifalco e Jacurso. Un dato interessante ? Forse che si o forse che no. Bisogna ponderare da che parte stare . Borbonici o Garibaldini ? Sarebbe rimasta sempre e sempre sudditanza .Di certo ,però, tra tanta miseria, analfabetismo e difficoltà di comunicazione il senso dell’impegno e della partecipazione esisteva “ in modo apprezzabile “. Oggi non può farsi alcun confronto. La democrazia è democraticamente tanta e la voglia di libertà non ha valenza tanto che si delega alla rassegnazione qualunque avversità.

Provincia di Catanzaro:

Aracri Gregorio da Stalettì (1856)

Astorino Antonio da Nicastro4 (1854)

Autilitano da Girifalco

Autilitano Giuseppe da Girifalco (1857)

Badolisani Gaetano da Davoli (Venezia 1848)

Baldari Pasquale da Squillace (Venezia 1849)

Barco Ferdinando da Pedace (1849)

Bianchi Salvatore da Catanzaro (1851)

Carchedi Tommaso da Filadelfia (Torrina 1860)

Carchedi Vincenzo da Filadelfia (1848)

Casadonti da Squillace (1848)

Cimino Domenico da Platania (1850)

Colacino Giuseppe da Nicastro (1854)

Comità Francesco da Caraffa di Catanzaro? (1854)

Corea Antonio da Sellia (1857)

De Francesco Basilio da Nicastro (1854)

De Nobili Federico da Catanzaro (Curinga 27/6/1848)

De Vita Domenico da Jacurso (1854)

Del Duca Antonio da Polia (?)

D'Ippolito Giuseppe da Nicastro (1854)

D'Ippolito Ippolito da Nicastro (1854)

Ferrara Giuseppe da Nicastro

Fezza Giuseppe da Curinga (1848)

Filardi Francesco da Simeri Crichi (1855)

Fioresta Francesco da Feroleto Antico (1854)

Gatto Saverio da Nicastro (1854)

Giardino Tommaso da Catanzaro (1854)

Grande Pietro da S. Pietro a Taverna (1858)

Jesse Giacinto da Catanzaro (1837)

Lucente Nicola da Catanzaro (1837)

Marasco Giuseppe da Decollatura

Miscimarra Ferdinando da Nicastro (Curinga 27/6/1848)

Morano Giuseppe da Decollatura (1857)

Padre Girolamo da Cardinale (1854)

Pepe Guglielmo da Squillace (1855)

Poerio Leopoldo da Catanzaro (1831)

Poerio Raffaele da Catanzaro (1850)

Ponteri Antonio da Soveria Simeri? (1850)

Procida Tommaso da Nicastro (1858)

Pucci Antonio da Catanzaro (1851)

Pucci Filippo da Catanzaro (1850)

Rondinelli Giuseppe da Stalattì (1856)

Scalfaro Giovanni da Catanzaro (1852)

Scaramuzzino da Nicastro (1880)

Serrao Fiore da Filadelfia (1848)

Il 21 ottobre 1860 nel Regno delle Due Sicilie si svolse il plebiscito, cioè le consultazioni popolari che portarono all'unità italiana.

Il 2 ottobre, con un lungo discorso Cavour affermava alla Camera dei Deputati che “Napoli e il sud dovevano votare incondizionatamente “per l’annessione al Piemonte”. Spingeva ,Cavour, l’idea per costruire un grande piemonte con i territori del Regno . Premeva soprattutto rinsanguare le finanze dissanguate da un disastro di guerre e il banco di Napoli, sapevano i piemontesi essere in ottima salute.

Ai giorni nostri, come i Monti frumentari è finito anche il Banco e nessuno ha manifestato l’ardore per una scialuppa di salvataggio come oggi si predispongono nel caso di banche amiche.

Successivamente veniva emesso un decreto (8 ottobre ) che promuoveva per il giorno 21 ottobre 1860, a Napoli e in tutto il Sud, un plebiscito a suffragio universale per ratificare l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte. Un regno offeso , invaso e conquistato con la corruzione e le complicità , senza alcuna dichiarazione di guerra e alcuna motivazione.

sono chiamati a dare il voto tutti i cittadini (maschi perché le donne non votavano ) che abbiano compiuto gli anni ventuno, e si trovino nel pieno godimento dei loro diritti civili e politici”;

L’ espressione con la quale veniva proposto il responso era questo :

Il popolo vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele come re costituzionale per sé e i suoi legittimi successori“.


Si rispondeva ovviamente con un SI o con un NO

Si rispondeva con un SI per l’annessione o un NO per la non annessione

l 2 ottobre, con un lungo discorso Cavour affermava alla Camera dei Deputati che “Napoli e il sud dovevano votare incondizionatamente “per l’annessione al Piemonte”.

Successivamente veniva emesso un decreto (8 ottobre ) che promuoveva un plebiscito a suffragio universale per ratificare l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte.

Il plebiscito si tenne il 21 ottobre 1860, a Napoli e in tutto il Sud, ma non mancarono le sommosse e le proteste . A Cinquefrondi, al grido di «Viva Francesco II! Morte a Garibaldi, Vittorio Emanuele e a tutti i liberali!» venne issata sul campanile della chiesa la bandiera dei Borboni.

L’ espressione con la quale veniva proposto il responso e scritto sulla scheda era il seguente:

Il popolo vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele come re costituzionale per sé e i suoi legittimi successori“.


Al seggio ,colui che si presentava per “ esprimere la volontà “ poteva ritirare la scheda sotto la presenza invadente degli uomini del vincitore sabaudo .

Sulla regolarità del voto sorsero subito molti dubbi ed ancora oggi alcuni movimenti pare abbiano ricorso sulla legalità di quel plebiscito.

Fu ,tuttavia, questa consultazione popolare che portò anche all'unità italiana.

Al Sud le vie e le strade di grande interesse venivano nominate con cognomi di persone importanti. Del Nord . Anche a Jacurso manteniamo Re Umberto mentre non abbiamo mai pensato a qualche persona di capacità distintosi per abnegazione , jacurzanità ,talento letterario ,giuridico o scientifico. Magari anche semplicemente per aver costruito un cannone o partecipato ad un ideale patriottico.

Pare che sui muri facciano meglio figura i Pietro Micca ,Enrico Toti e via scorrendo….

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