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O ta' cu' era Ulisse? parte seconda

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O tà cu' era Ulisse ? - seconda parte
. . . Continua
e quando c'era un po di calature; provola , formaggio pecorino a chi gli piaceva , un tocco di sozizzo si recavano a stare tutta la giornata alla maistra e i genitori a lavorare. Appena arrivava l'ultimo della nidiata la maistra mandando avanti e indietro la navetta del telaro a voce molto alta per contrastare i rumori che i piccoli facevano muovendosi sui piccoli banchetti di legno o sulle seggiulille, iniziava la cantilena delle preghiere.  Il segno di Croce  per iniziare e poi l' Ave Maria..., il padre nostro il gloria al padre e poi l'atto di fede e  per concludere con quello di dolore i sacramenti le virtù cardinali le virtù teologali e poi infine il rosario con i misteri e la litania in latino.
Bruno era il più grande e a volte quando la maistra doveva fare qualche lavoretto in casa, a cucinare o fare la pipì veniva incaricato a condurre i bambini lungo questa peregrinazione religiosa e lui lo faceva con slancio e con passione. Sapeva le cose anche in latino e quando arrivava alla litania chiudeva gli occhi e via la lunga cantilena...turris eburnea...orapronobis...Ai più piccoli che ancora non avevano appreso le preghiere lui con molta pazienza nelle lunghe giornate estive faceva ripetere di continuo avemaria gratia plena e le giornate si riempivano di lunghe liturgie senza sogni e senza speranze.
Alla maistra  catarnuzza aveva conosciuto annuzza; una bimba dagli occhi scuri come tizzoni i capelli neri e ricciuti su un corpo minuto e pieno di grazia. Si muoveva con disinvoltura nonostante la sua timidezza e ritrosia. Voleva essere chiamata Anna, la parola annuzza non le piaceva. E tutti i bimbi e le bimbe quando volevano prenderla in giro la chiamavano annuzza e immediatamente lei cambiava atteggiamento; faceva gli occhi feroci perdeva la sua grazia e diventava bimba pure lei.
A nove anni Bruno incominciò a non frequentare più la scuola. Ci andava un giorno si e tre no. Soprattutto da marzo in poi quando le giornate si allungavano lui riprendeva la strada del lavoro. Non che l'avesse abbandonato tutt'altro, nell'inverno freddo e umido si occupava delle pecore e delle capre. Smunte con poca possibilità di uscire dallo stallo, era una baracca fatta con canne e frasche che li riparava dalle intemperie perchè  sul pianoro dei gesuani il vento non mancava mai. Quello più intenso era quello che si alzava dalla marina di Pizzo e portava acqua, e lui pensava che lì ci fosse qualcuno che con un mantice enorme pompasse vento e lo mandasse lì dove aveva la sua cupa; il mantice lo aveva visto e imparato ad usare nella horgia di mastro nicola lu horgiaru, uomo tracagnotto e sempre sporco di fuligine ,che utilizzava, lui che non aveva bambini che venivano mandati a bottega per imparare l'arte, i ragazzi che andavano nella vicina scuola e che al mattino arrivavano presto, perchè chi arrivava per prima aveva il diritto di pedalare sul mantice.
E i ragazzi facevano la gara a chi arrivava per primo e poi l'altra gara era quella di far brillare la brace dentro cui mastro Nicola infilava il ferro per farlo arroventare e poi
lavorarlo e quando qualcuno pompava troppo forte e metteva a rischio il mantice arrivava puntuale lo scappellotto e la solita frase...”a te non ti voglio come discepolo, vai troppo di fretta. Il mantice tu me lo rovini “ e immediatamente sostituiva il ragazzo troppo energico con uno più piccolo e lo invitava a menare il mantice in modo regolare senza esagerazione. Bruno ammirava il lavoro di mastro Nicola , ma non l'entusiasmava e non partecipava a queste gare.  Lui era interessato all'arte di mastro Nicola solo quando ferrava gli asini. Gli piaceva il lavoro che  il mastro  faceva intorno all'asino. Lo trattava come fosse una persona; gli parlava, rumoreggiava, a volte se la prendeva con il proprietario dell'asino che non lo aveva portato prima a ferrarlo e adesso i piedi del povero asino erano sbilenchi e quando camminava faceva una fatica immane.  E lo rimproverava domandandogli se lui andava in giro senza le scarpe e il più delle volte il silenzio era la risposta alle sue domande e lui capiva quel silenzio.  Mastro Nicola sapeva che andando a lavorare Giovanni, così si chiamava il padre, le scarpe non le usava e sapeva anche che le scarpe venivano usate solo quando dalla montagna si scendeva al paese e venivano calzate solo all'ingresso del paese e quindi lui sapeva che la risposta sarebbe stata “...i soldi non posso andare a rubarli ...” Quando suo padre doveva ferrare l'asino Bruno voleva accompagnare il padre per guardare.
Guardare l'affaccendarsi di mastro Nicola intorno all'asino lo entusiasmava.
L'asino veniva legato con la briglia ad un anello e mastro Nicola si avvicinava a lui con dimestichezza; si abbassava e gli alzava i quattro  zoccoli uno ad  uno e borbottando rientrava nella horgia prendeva un pezzo di ferro e con una lunga pinza lo metteva dentro la brace e poi chiamava “dai brunì mina la mantice ca herramu lu ciucciu” e Bruno poggiava il piede destro sul pedale del mantice e con la mano aiutava il filo a scorrere dentro un anello e ad alzare e abbassare il mantice e mastro Nicola si complimentava con lui per la sua capacità di far soffiare l'aria del mantice sempre con la stessa  intensità e velocità.
Non appena il ferro diventava rovente con la stessa tenaglia lunga, con cui lo aveva messo nel fuoco prendeva il ferro lo appoggiava sull'incudine   lo teneva fermo e con  un grosso martello  incominciava a sagomarlo. Per Bruno quella era una musica divina: il ritmo sempre lo stesso e quel pezzo di ferro incominciava a diventare “la scarpa dell'asino”.
Scintille infocate partivano sotto i colpi di martello e si spandevano in tutto il locale.  Mastro Nicola con la cicca della sigaretta attaccata alle labbra con il fiato un po grosso e manovrando quella lunga pinza come fosse una terza mano continuava il suo ritmo a volte bestemmiando e  a volte ridendo, chiamava il suo unico discepolo anche lui nero di carbonella e sovrastando il rumore del martello diceva “ horza herdinà ca lu ciucciu a mu hatiga sinnò no' ni paganu...”
....continua (sono riservati i diritti sul testo )

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