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Il 28 aprile Per non Dimenticare

La Costituzione Repubblicana  è nata dalla Resistenza e tutto ciò che si muove al di fuori di questi valori offende il sacrificio e le sofferenze patite dal popolo Italiano . Le ultime generazioni , in particolare , sanno poco o quasi niente del 25 Aprile che dovrebbe ricordare ogni anno la Liberazione dalla follia nazifascista, che  ha messo fine al più oscuro ventennio della storia di questo Paese. Non cancellare la storia ,cioè la memoria , è però necessario e questo è uno dei motivi per ricordare come finì l’uomo della dittatura.

 

Il 28 aprile 1945,

Intorno alle 4 del pomeriggio, Benito Mussolini e la sua amante Claretta Petacci furono uccisi con una serie di colpi di mitra e di pistola esplosi da un commando partigiano di cui facevano sicuramente parte il “colonnello Valerio”, “Guido” e “Pietro”. Nomi dei Partigiani che i fatti della Storia ci ricordano come gli esecutori materiali della misera fine del Duce. La fucilazione avvenne a Giulino di Mezzegra, vicino al lago di Como, ai bordi di  un cancello ancora oggi conservato come era settanta anni fa.

Nel corso degli anni sono state formulate molte versioni, alcune contrastanti altre decisamente fantasiose sullo svolgimento e sui reali mandanti dell’esecuzione .

La prima versione , pensiamo , sia quella più veritiera anche se triste ,disumana ,impietosa  ma la più cruenta come poteva essere per chi , il popolo, ridotto alla fame , ai soprusi e alla perdita di ogni bene. La rabbia e quindi la violenza liberatrice covata per tanto lungo tempo.

Benito Mussolini, dopo che era stato destituito il 25 luglio 1943, era stato  costretto a vivere sul lago di Garda, per volere di Hitler, dove si era insediato il nuovo governo della Repubblica Sociale Italiana. Il Duce ,praticamente prigioniero dei tedeschi ,  si svegliava tutte le mattine alle 7:30, indossava una divisa grigioverde, senza gradi né mostrine: di fatto prigioniero delle milizie di Hitler , che lo avevano liberato a il 12 settembre del 1943 e costretto a creare un governo fantoccio nel Nord d'Italia.

A MILANO, IL 25 APRILE.

Finito e braccato, temeva di essere sempre sotto controllo e in pericolo, e all'inizio del 1945 decise di cercare una soluzione politica. Alla fine decise di andare a Milano, dove il cardinale e arcivescovo Ildefonso Schuster era pronto a mediare con gli alti gradi partigiani. L'incontro fu fissato proprio per il 25 aprile, giorno dell'insurrezione di Milano.

Il duce arrivò per primo quel pomeriggio, nella sede dell'arcivescovado. Per quanto preoccupato e teso, sperava forse in una soluzione politica dignitosa per sé. Ma le cose non andarono come si era immaginato.

IL PIANO DEL DUCE.

Ma che cosa aveva davvero in mente, a quel punto? L'ipotesi più probabile è che più che espatriare in Svizzera (che tra l'altro si era già dichiarata contraria a dare asilo al duce e alla sua famiglia) volesse raggiungere il cosiddetto Ridotto alpino repubblicano, dove pensava (sbagliandosi) che camicie nere e milizia repubblichina fossero in grado di controllare il territorio. Da qui avrebbe probabilmente contattato gli Alleati per accordarsi con loro, portando con sé alcuni documenti che mostravano i rapporti intercorsi tra lui e il governo britannico. Si trattava con ogni probabilità del misterioso carteggio Mussolini-Churchill, di cui non si conosce il contenuto e mai desecretato dal governo britannico.

IL PANICO TRA I GERARCHI.

Nonostante il parere contrario dei gerarchi, alle 20 Mussolini, in divisa grigioverde della milizia di Salò, si mise in marcia, destinazione Como. Il 26 aprile, a Menaggio, lo raggiunse Claretta con il fratello Marcello, la moglie di lui e i loro 2 figli piccoli. I gerarchi non erano affatto contenti della presenza della Petacci. La ritenevano infatti la causa di molti errori politici del duce. La situazione era tesissima e regnava l'incertezza: le riunioni andavano avanti ore, fino a notte fonda. Inoltre, il panico cominciava a spargersi soprattutto tra i gerarchi e le loro famiglie. Per quanto difficile, una decisione andava presa.

Mussolini non era solo.

Lo accompagnava una colonna di automezzi che formava un serpentone di circa 1 chilometro: 28 automezzi che trasportavano quasi 200 militari tedeschi e 174 italiani. Non proprio l'ideale per non dare nell'occhio. Partiti di buonora, i mezzi, che si fermavano e ripartivano caoticamente e senza un ordine preciso fermandosi spesso per i guasti, impiegarono almeno un'ora per fare appena 12 chilometri.

CAMERATA UBRIACO.

A Musso la colonna fu bloccata una prima volta, il 27 aprile, da un gruppo di partigiani guidati dal comandante "Pedro". Qui iniziò una lunga trattativa fra tedeschi e partigiani, alla fine della quale solo i tedeschi della colonna ebbero il permesso di ripartire.

Poco più avanti, a Dongo, il convoglio venne di nuovo fermato dalla 52a Brigata Garibaldi. Nel frattempo, si era diffusa la voce che nella colonna ci fosse Mussolini. Alcuni militari tedeschi, non si sa se per denunciare o proteggere il duce, segnalarono la presenza di un camerata ubriaco in uno dei camion.

Qui i partigiani trovarono il duce con un cappotto militare tedesco, armato e con la preziosa borsa dei documenti stretta tra le braccia.

L'ARRESTO E L'INTERROGATORIO.

Riconosciuto e arrestato, fu portato nel municipio di Dongo. Qui avvenne un sommario interrogatorio. Dopodiché il duce viene tenuto, per precauzione, a Germasino, nella casermetta della Guardia di Finanza. Ripartito nel cuore della notte, viene riunito alla Petacci (su insistente richiesta di lei). Passarono l'ultima loro notte a Bonzanigo, in una semplice abitazione di contadini, quella dei De Maria, che i partigiani avevano scelto per loro.

Mussolini portava una benda sulla testa che nascondeva l'inconfondibile cranio e parte del viso e i due furono presentati ai proprietari come una coppia di tedeschi feriti. Qui il duce si sbendò. Con i De Maria, Mussolini scambiò poche parole, non accettò bevande (per il timore forse di essere avvelenato) e la mattina del 28 aprile consumò il suo ultimo pasto, senza quasi toccare cibo: un po' di salame e un po' di pane.

IL 28 APRILE 1945.

Alle 16:10 di quel 28 aprile 1945, Benito Mussolini e Claretta Petacci furono fucilati davanti al cancello di Villa Belmonte, a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como. A sparare, secondo la versione ufficiale, fu il colonnello partigiano "Valerio", Walter Audisio.

A volerlo morto era il Clnai, contro il volere degli Alleati, ai quali fu comunicato telegraficamente dal comando partigiano: "Spiacenti non potervi consegnare Mussolini che processato Tribunale popolare è stato fucilato [...]". Erano le 3 del mattino del 28 aprile, e il duce era ancora vivo. Ma gli Alleati, che tempestavano di cablogrammi i comandi partigiani perché consegnassero il duce, dovevano essere depistati. Mussolini era affare degli italiani.

LE ALTRE VERSIONI.

Sono trascorsi più di settantacinque anni dalla morte di Mussolini, eppure gli storici discutono ancora oggi attorno alle modalità di quell'esecuzione. La "versione ufficiale", esposta già nel corso del 1945 sul quotidiano comunista l'Unità, e riassunta qui sopra afferma che il duce e la sua amante Claretta Petacci vennero fucilati alle 16:10 del 28 aprile 1945, davanti al cancello di Villa Belmonte, a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como. Esecutore della condanna a morte, che fu decisa dal Clnai (Comitato di liberazione Alta Italia), sarebbe stato il colonnello "Valerio", alias Walter Audisio, comunista, emissario dei vertici della Resistenza.

"Valerio" fu affiancato, nella sua missione, da altri due personaggi: Aldo Lampredi detto "Guido", e un partigiano locale, Michele Moretti, "Pietro". Gli stessi protagonisti si sono contraddetti tra loro, aggiungendo particolari su quei drammatici istanti. Lampredi e Moretti, in separate testimonianze rese verso la fine dei loro giorni, hanno voluto chiarire che, in contrasto con il racconto di Audisio, tendente a rappresentare un Benito Mussolini tremebondo, il dittatore avrebbe affrontato la morte chiedendo ai suoi fucilatori di mirare al cuore e gridando "Viva l'Italia!".

Ma le cose pare non siano andate esattamente come in questa versione  se è vero  che entrambi siano stati torturati e sottoposti a sevizie di ogni sorte ,in particolare Mussolini, senza risparmiare oltraggi materiali indescrivibili sui loro corpi ma immaginabili .

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Come tutti sanno, il cadavere di Benito Mussolini (morto fucilato dai partigiani a Tremezzina, in provincia di Como) venne trasportato, insieme ai corpi dell’amante Claretta Petacci e di altri 18 maggiorenti del partito, a piazzale Loreto a Milano. I corpi furono scaricati davanti a un benzinaio, lasciati a terra (una forma di vendetta per i 15 partigiani uccisi il 10 agosto 1944 dalla milizia fascista, agli ordini dei tedeschi) ed esposti all’odio popolare. Nel giro di pochi minuti accorsero in tantissimi: c’era chi prendeva a calci, chi a sputi, chi – per vendicare la morte dei cinque figli – sparò al corpo di Mussolini cinque colpi di pistola. A un certo punto arrivarono i pompieri che presero in mano la situazione: lavarono con getti d’acqua i corpi e ne appesero cinque alla pensilina del distributore di benzina (le ragioni del gesto non sono mai state chiarite).

 

E così la folla e i fotografi accorsi poterono vedere, come segno della fine del regime, le cinque salme. Non solo Benito Mussolini e Claretta Petacci. Insieme a loro c’erano anche Nicola Bombacci, che era passato al fascismo dopo anni a sinistra – fu, per capirsi, tra i fondatori del partito comunista italiano; Alessandro Pavolini, fascista fin da subito (partecipò alla Marcia su Roma), poi ministro della cultura popolare, poi segretario del partito fascista repubblicano (ma ha fatto anche cose buone: istituì il Maggio Musicale Fiorentino) e intimo amico di Mussolini; c’era Achille Starace, militare, fascista della prima ora, che divenne segretario del Partito nazionale fascista e morì fucilato proprio davanti ai corpi appesi.

 

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fonte : Focus

 

francesco casalinuovo :        jacursoonline   -    Ass. Cult. Kalokrio

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