
Favorite ! Siamo Grecanici
Quando Enzo Biagi e Loris Mazzetti scrivevano "Quello che non si doveva dire " era l’anno 2006. Di quello che ,appunto, non era opportuno discorrere in televisione o scrivere sui giornali.
L’anno precedente il noto giornalista televisivo si stava recando in Calabria per seguire gli sviluppi relativi ad un fatto di cronaca particolarmente delicato . L’omicidio di un politico della Regione Calabria .
Oggi i ritardi strutturali della Calabria restano tali come le grandi promesse e in quel 2005 il giornalista ebbe la ventura di saggiare la sofferenza di quei piagnoni meridionali che si lamentano sempre.
Seduto in attesa di ripartire , anche lui sofferente, ebbe così modo di assistere e osservare la pazienza e la rassegnazione del Sud. Gesti, comportamenti e dialoghi tra uomini e donne del Meridione che ,successivamente ,non mancherà di riportare nei suoi appunti di viaggio .
Lui che di viaggi lontani ne aveva fatti tanti e scritto altrettanto bene sui territori e la gente che aveva conosciuto. Quella sosta però lo aveva arricchito di una conoscenza sempre tenuta lontano .Come i cafoni che non riesci mai a incontrare se vivi e frequenti i salotti di elite anzicchè lo scompartimento di un treno normale .
Oggi ,in questa Italia a due velocità ,si parte o si viene sempre sull’espresso ma ce lo fanno chiamare Intercity mentre le Frecce Rosse non viaggiano per carenze ,sempre strutturali ,e perchè i meridionali siamo stati già deportati con la Freccia del Sud.
In quello scompartimento Enzo Biagi ,distratto dalle soste continue, ebbe dunque il tempo per osservare la semplicità della nostra gente. Forse di un laureato ,di uno studente , di un artigiano e di un cafone .
“E’ l’accoglienza la virtù di questa gente ,poi,scrisse - La prima parola che ho imparato da loro fu quando ,mentre venivo in Calabria, il viaggio in treno fu più lungo del previsto e mi trovai senza pane. Una donna che era nello scompartimento preparò il pane tipico di questa terra, e prima di offrirlo al suo bambino lo diede a me dicendo: Favorite !.
Ecco, la parola più bella della Calabria è Favorite”.
Da Noi ,questa semplice espressione , è abitualmente accompagnata anche con il Voi che rivolgiamo e non il Lei che percepiamo freddo e poco di riguardo. Volete Favorire !!! Posso Offrire … è questo il modo di relazionarci in presenza dell’ estraneo col quale conveniamo di dividere spesso un alimento.
Terra Inquieta ,la Calabria ,come leggiamo nel libro dell’antropologo Vito Teti o nei testi di altri illustri antropologhi meridionali come Satriani dove il calabrese ,condannato all’emigrazione , diventa prigioniero persino della sua identità tanto da sentirsi straniero in patria quando torna o frastornato nei sentimenti tra la nuova terra che l’accoglie e quella natia che lo richiama , lo fa soffrire e che lui disprezza.
Terra ,la Calabria , che, nei secoli, ha dato Patria a comunità che ancora oggi raccontano il loro travaglio storico come il nostro.
I profughi albanesi guidati del patriota Scanderbeg, oggi abitano 33 comuni arbëreshe ed esaltano le radici balcaniche conservando tutti i vincoli identitari quali la lingua ,la cucina, le liturgie religiose e i costumi. Alla ribalta positiva Acquaformosa , Lungro ed altri paesi albanesi. Sono Sessanta mila abitanti che, dal Pollino alla Presila cosentina hanno avuto la possibilità di insediarsi e sopravvivere.
Quello Occitano è ,invece , il gruppo più ristretto tra le comunità ospitate . La lingua parlata è quella del primitivo insediamento Valdese che a Guardia Piemontese continua a mantenere la originaria identità.
Al contrario degli Occitani ,la comunità più importante è viceversa quella ellenica. E’ la più antica e popolosa .Abita ancora la parte estrema del territorio calabrese e Bova ,nel reggino, rimane la capitale mentre Bagaladi, Brancaleone, Condofuri, Gallicianò,Melito Porto Salvo, Palizzi, Roghudi, San Lorenzo , Staiti e altri comuni ,sono le collettività che nel tempo hanno potuto mantenere la lingua e la cultura in genere.
Più di dodicimila , inoltre ,dovrebbero essere gli abitanti stabilmente residenti in quasi sedici comuni.
In ordine di tempo sono arrivati ,a seguire , i Marocchini e poi i Rumeni ,i Bulgari e quelli dell’est. Dalla Polonia, alla Ucraina,alla Russia. E noi sempre accoglienti .
Jacurso ,oggi ,vive momenti singolari della sua esistenza .In particolari frangenti della giornata le strade,le case , i balconi ,le fontane restano silenziose. Sappiamo che il silenzio è premonitore dell’abbandono ma non demordiamo .
Anche Badolato ha respirato il nostro silenzio . Intanto la grecanicità che abbiamo dentro è venuta fuori con le famiglie del Marocco. L’integrazione non ha avuto ostacoli e qui hanno trovato una casa e le condizioni umane per vivere.
Jacos potrebbe essere la radice di jacurso. Gente venuta dallo jonio . Pastori e agricoli in cerca di terre libere che nelle località tra il Sangiacchino e Santu Nicola accesero i primi fuochi.
Jhialòna – ‘sampurìjha – nàca – ‘ceràmidu- timogna – ‘zzimbaru - portugàllu – ceràsa – scifhu -cantàru - Mignanu – capizza parole greche che manteniamo nel nostro dialetto
Catùajiu rimane l’impronta inconfondibile della nostra grecanicità . Rappresenta la tipologia elementare delle prime case su “progetto ellenico “.
L’accoglienza si trasmette ,poi , come altro segno distintivo rimasto nel nostro modo di essere .
Gli arabi ci hanno lasciato tracce di rudezza e di arroganza ma erano solo di passaggio e di rapina.
Tùminu ,zìrra ,'guajera , zaccànu ,Cafisu ,cajhìpu - parole arabe nel nostro dialetto
La grecanicità ce la trasportiamo ,invece,ancora dietro in modo forte e la predisposizione affettiva per il forestiero prevale su qualunque altro sentimento entrato in circolo con le dominazioni francesi e spagnole.
Scrive bene in Filoxenia ,Patrizia Giancotti ,origini grecaniche,che si appassiona dell’antropologia ascoltando li Cunti e li Canti che la zia le propina mentre inforna il pane e lo gira , rigira dentro il cocipane e poi lo sforna .
Filoxenia è l’opposto di xenofobia molto sentita dove la grecanicità non ha messo radici.
Filoxenia è invece amore. Amore per il forestiero come lo sentivano e lo praticavano gli antichi greci .Quello che abbiamo imparato già in età scolare studiando l’iliade e l’odissea.
E’ un racconto fotografico, Filoxenìa, con voci, volti e poesia mediterranea che l'antropologa Patrizia Giancotti ci propone ripercorrendo le radici socio-culturali della Magna Grecia in particolare nell’area grecanica di Bova.
Culla secolare della minoranza linguistica ellenofona, l'Aspromonte Jonico Meridionale custodisce immutate le tracce della sua antica natura di crocevia sul Mediterraneo.
A 627 metri sul livello del mare, messo quasi a guardia nel mezzo dell’ Amendolea, circondato da monti impenetrabili, continua a resistere all'ingiuria dei tempi il vecchio abitato di Roghudi. Non v'è traccia di terreni pianeggianti nel suo territorio, ma un susseguirsi di monti e di dirupi.
Adagiato sul crinale di una collina che precipita verso il fondovalle, smarrito nella notte dei tempi, Roghudi e il suo Chorìo hanno conosciuto la sola possibilità economica che i luoghi permettevano, quella stessa che avevano trovato i loro antenati al tempo dei primi insediamenti: la pastorizia
Quella stessa possibilità che conobbero i nostri lontani antenati che cercarono un territorio come Rhogudi e di loro ci lasciarono il segno inconfondobile dell’accoglienza.
Jacòs siamo forse anche noi e “Dovunque viaggiamo la Grecia “ci accora “.

Il Libro fotoraccontato della Antropologa Patrizia Giancotti

Jacurso - Accoglienza .Il dott. Mimmo Dastoli ,sociologo, si intrattiene con la comunità del Marocco

Associazione KaloKrio - promozione per uno sviluppo territoriale

Associazione KaloKrio - alla scoperta delle nostre tradizioni

Il Torrente Amendolea - Cuore e Oasi Grecanica

I nostri Fiumi - il Pilla

Comunità Contadina .Tanta appartenenza con la Filoxenia

Una somiglianza comune. Abitato e Donne
seguirà : uno sviluppo territoriale sostenibile - l'accoglienza diventerà una risorsa


