Notizie Scorrevoli

Mastru Nicola

 

 

Piccolo grassottello con i capelli curati e con una scrima diritta sulla parte sinistra dei capelli e un boccolo appena accennato. Bruno pensava che era già grande e che forse i figli delle persone importanti nascevano già grandi perchè nessun bambino di sua conoscenza si muoveva così come si muoveva Roberto.

 

 

Contadini ,artigiani del ferro, del legno e della pietra .Mani abili per modellare ,mani come veicolo della fantasia ,delle emozioni e della creatività. Lavoratori come Bruno , silenziosi con le mani indurite  ma abili a creare manufatti unici e sempre mutevoli ,hanno arricchito il nostro paese di una miriade di oggetti di uso quotidiano,simbolo di una vita contadina e di una vita artigianale senza eccessi.

Un’invenzione  di immagini e ricordi ,per alimentare di buona linfa   le  radici e la memoria , arrivano nella fhorgia di Mastru Nicola simboleggiata nel principale strumento di lavoro  e sopravvivenza dell’epoca., l’asino.

Unico mezzo di trasporto per persone e merci. Non si incontrano i cavalli e non si incontrano  i portoni e gli ingressi austeri dei palazzi .Non abbiamo avuto ne gli uni né gli altri .

La voglia di partire o di restare passano attraverso queste immagini e la difficile arte della “Restanza “ ,che possiamo solo prendere a prestito da un Grande che abita vicino a noi.   In “ Pietre di pane “ il  prof .Vito Teti ci spiega che rimanere in paese “

non è stata, per tanti, una scorciatoia, un atto di pigrizia, una scelta di comodità: restare è stata un’avventura, un atto di incoscienza , forse, di prodezza, una fatica e un dolore.

Senza enfasi, ma restare è la forma estrema del viaggiare. Restare è un’arte, un’invenzione, un esercizio che mette in crisi le retoriche dell’identità locali. Restare è una diversa pratica dei luoghi e una diversa  esperienza del tempo.

Delusi da lavoro e università,intanto ,tanti giovani tornano  alla terra per fare qualcosa di concreto. Qualcosa di concreto che , nel racconto, mette in crisi le retoriche delle identità locali che  l'autore sa abilmente trasfigurare nei "dipinti fantasiosi " della fhorgia ,dell'asino , dell'odore acro (ma piacevole ed unico) dello zoccolo che " frigge ", di Mastru Nicola che rallegra il lavoro..del maglione a quadri , unico come il nome Roberto che non gli va comodo....

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A tà cu era Ulisse

secondo episodio dalla raccolta di Mimmo Dastoli   " Se ne era andato "


A nove anni Bruno incominciò a non frequentare più la scuola. Ci andava un giorno si e tre no. Soprattutto da marzo in poi quando le giornate si allungavano lui riprendeva la strada del lavoro. Non che l'avesse abbandonato, tutt'altro. Nell'inverno freddo e umido si occupava delle pecore e delle capre. Smunte con poca possibilità di uscire dallo stallo, era una baracca fatta con canne e frasche che li riparava dalle intemperie perchè  sul pianoro dei Gesuani il vento non mancava mai.

Quello più intenso era quello che si alzava dalla marina di Pizzo e portava acqua, e lui pensava che lì ci fosse qualcuno che con un mantice enorme pompasse vento e lo mandasse lì dove aveva la sua cupa; il mantice lo aveva visto e imparato ad usare nella fhorgia di mastro nicola lu fhorgiaru, uomo tracagnotto e sempre sporco di fuligine ,che utilizzava, lui che non aveva bambini che venivano mandati a bottega per imparare l'arte, i ragazzi che andavano nella vicina scuola e che al mattino arrivavano presto, perchè chi arrivava per prima aveva il diritto di pedalare sul mantice.

 

E i ragazzi facevano la gara a chi arrivava per primo e poi l'altra gara era quella di far brillare la brace dentro cui mastro Nicola infilava il ferro per farlo arroventare e poi lavorarlo e quando qualcuno pompava troppo forte e metteva a rischio il mantice arrivava puntuale lo scappellotto e la solita frase...”a te non ti voglio come discepolo, vai troppo di fretta. Il mantice tu me lo rovini “ e immediatamente sostituiva il ragazzo troppo energico con uno più piccolo e lo invitava a menare il mantice in modo regolare senza esagerazione.

Bruno ammirava il lavoro di mastro Nicola , ma non l'entusiasmava e non partecipava a queste gare.  Lui era interessato all'arte di mastro Nicola solo quando ferrava gli asini. Gli piaceva il lavoro che  il mastro  faceva intorno all'asino. Lo trattava come fosse una persona; gli parlava, rumoreggiava, a volte se la prendeva con il proprietario dell'asino che non lo aveva portato prima a ferrarlo e adesso i piedi del povero asino erano sbilenchi e quando camminava faceva una fatica immane.

E lo rimproverava domandandogli se lui andava in giro senza le scarpe e il più delle volte il silenzio era la risposta alle sue domande e lui capiva quel silenzio.  Mastro Nicola sapeva che andando a lavorare Giovanni, così si chiamava il padre, le scarpe non le usava e sapeva anche che le scarpe venivano usate solo quando dalla montagna si scendeva al paese e venivano calzate solo all'ingresso del paese e quindi lui sapeva che la risposta sarebbe stata “...i soldi non posso andare a rubarli ...” Quando suo padre doveva ferrare l'asino Bruno voleva accompagnare il padre per guardare.

Guardare l'affaccendarsi di mastro Nicola intorno all'asino lo entusiasmava.

L'asino veniva legato con la briglia ad un anello e mastro Nicola si avvicinava a lui con dimestichezza; si abbassava e gli alzava i quattro  zoccoli uno ad  uno e borbottando rientrava nella fhorgia prendeva un pezzo di ferro e con una lunga pinza lo metteva dentro la brace e poi chiamava “dai brunì mina la mantice ca herramu lu ciucciu” e Bruno poggiava il piede destro sul pedale del mantice e con la mano aiutava il filo a scorrere dentro un anello e ad alzare e abbassare il mantice e mastro Nicola si complimentava con lui per la sua capacità di far soffiare l'aria del mantice sempre con la stessa  intensità e velocità.

Non appena il ferro diventava rovente con la stessa tenaglia lunga, con cui lo aveva messo nel fuoco prendeva il ferro lo appoggiava sull'incudine   lo teneva fermo e con  un grosso martello  incominciava a sagomarlo. Per Bruno quella era una musica divina: il ritmo sempre lo stesso e quel pezzo di ferro incominciava a diventare “la scarpa dell'asino”.

Scintille infocate partivano sotto i colpi di martello e si spandevano in tutto il locale.  Mastro Nicola con la cicca della sigaretta attaccata alle labbra con il fiato un po grosso e manovrando quella lunga pinza come fosse una terza mano continuava il suo ritmo a volte imprecando  e  a volte ridendo, chiamava il suo unico discepolo anche lui nero di carbonella e sovrastando il rumore del martello diceva “ fhorza herdinà ca lu ciucciu à mu fhatiga sinnò no' ni paganu...”    e via… ndin  ndon   …ndin ndon  ..ndin ndo ndan e ancora un altro ciclo di martellate con questa sequenza.

“ Era un suonare di martelli pesanti che seguivano alla perfezione di tempo il ritmo dello spartito scritto nel cervello tra Mastru e discipulu ! “

Appena il ferro si raffreddava mastro Nicola lo rimetteva nel fuoco e di nuovo via con il mantice. Mastro Nicola sapeva usare ogni centimetro dell'incudine e guardandolo lavorare  Bruno  capì che c'era bisogno di una grande abilità per sagomare il ferro. Maestria nelle mani e negli occhi. Non prendeva le misure con strumenti ma guardava e valutava e nel giro di mezz'ora era pronta la prima scarpa. Per raffreddarla la metteva ancora rossa in un grande bidone pieno d'acqua e poi con uno scalpello particolare si avvicinava all'asino prendeva una delle zampe davanti l'alzava e incominciava a tagliare l'unghia cercando di mantenere l'angolazione giusta affinchè, quando l'asino si inerpicava carico in salita, avesse il miglior appoggio e non faticasse molto.

Dopo averla pulita rientrava nella fhorgia prendeva il ferro dall'acqua, lo rimetteva a riscaldare di nuovo e quando era abbastanza rosso lo prendeva con la solita forbice e avvicinandosi all'asino  gli rialzava la zampa e lo appoggiava così caldo all'unghia e questa incominciava a friggere e un odore caratteristico si spandeva per l'aria.

La vicina di casa aveva già chiuso la porta per non sentire quella puzza e alla figlia piccolina diceva “oje mastru Nicola vindigna. Ijhu vindigna e a nui dassa la puzza”.

L'asino quasi non si muoveva tranne per il roteare della coda per mandar via le mosche. Conosceva quelle mani che già altre volte avevano fatto quel lavoro ai suoi piedi e lui sapeva che con quelle scarpe le sue giornate sarebbero state meno faticose.

Bruno era entusiasta e ammirava in silenzio il lavoro che veniva fatto. Ogni tanto mastro Nicola gli chiedeva se avesse mangiato la ricotta fhrisca, ma lui era troppo piccolo per comprendere i doppi sensi del fhorgiaro e rispondeva che la madre quando faceva le ricotte le doveva portava al negozio per venderle e né lui ne i fratelli e le sorelle potevano toccarle. E mastru Nicola lo provocava ancora dicendo che non di quelle ricotte lui voleva sapere ma di un altro tipo... e siccome parlava con un tono particolare tra lo spiritoso e l'ammiccante , lui sapeva perchè altre volte era successo con altre persone , non capendo quello che gli voleva dire , cercava di non dimostrare eccessivo interesse per quello che sentiva e che  a lui era sconosciuto il significato di quelle parole, pensava che questo mistero non glielo avrebbe risolto né il padre né la madre  e che doveva tenere le orecchie ben aperte per cercare di capire di quale tipo di ricotta si trattasse.

Lui ne conosceva due tipi di vacca e di pecora, poi c'era una terza quella di capra ma non sentiva di niente, non aveva molto sapore, forse allora ce n'era una quarta che lui non aveva mai assaggiato e  che  a rischiare di chiedere spiegazioni al padre o alla madre avrebbe significato almeno due cose  o che lo prendevano in giro e lui non aveva nessuna voglia di dimostrare la sua ignoranza oppure c'era qualche tipo di ricotta particolare che i grandi conoscevano e i piccoli come lui non dovevano o non potevano ancora conoscere. E lui si fermava qui.  Conosceva ,a sue spese, certi limiti e non voleva andare oltre.

Bruno scendeva al paese solo di domenica per sentire la messa. La madre vestendolo di festa gli raccomandava di pregare in chiesa e soprattutto di divertirsi. Questa parola lui non la conosceva. Aveva un bel suono e Bruno pensava che era una cosa che succedeva solo in paese. La madre mai gli diceva va e divertiti. E quando gli diceva di divertirsi, gli porgeva di nascosto anche delle ombre 5 lire e gli sussurrava nelle orecchie , Accattati lu conu (comprati un cono) , per cui il divertimento era mangiarsi un cono e lui adorava mangiarlo.

Ma non lo mangiava soltanto. Appena imboccavano con il padre la strada sterrata che portava a Jacurso, incominciava a gustare quell'ora e mezza di divertimento al paese. Stava molto attento a dove metteva i piedi per non impolverare le scarpe, ma soprattutto stava attento a non inciampare. Inciampare significava sbattere violentemente con una delle due scarpe su qualche pietra e perdere qualche taccia. Ed era un dramma perdere le tacce perchè significava che le scarpe invece di durare per anni si consumavano più facilmente e quindi non c'era la possibilità di comprarle perchè soldi non ce n'erano e il calzolaio per fare le scarpe voleva soldi , molti soldi.

Scendere dalla montagna era uno sforzo di concentrazione. E lui conosceva ormai a memoria il tragitto e conosceva tutte le pietre e i profondi solchi che la pioggia d'inverno lasciava nel tratto che dal piano di Piccirillo portava a Morici.

Su quello sterrato rosso Bruno dimostrava a se stesso e al padre quanto era attento. Il padre invece a piedi nudi , per non consumare le scarpe , camminava come se stesse camminando sulle piume. Tranquillo, non guardava la strada, e quei piedi abituati alle asperità del lavoro quotidiano, abituato a dividere con le capre ,rovi e pietre,  sicuri si muovevano con precisione come le lancette della sveglia che bruno osservava sempre sul bordo del focolare . Bruno sapeva e per questo lo invidiava che il padre con il calcagno affrontava le vipere o altri animali senza alcuna paura e senza tentennamenti. Individuata la vipera si avvicinava  silenzioso come un serpente e con mossa fulminea con il calcagno gli schiacciava la  testa.  Non facevano rumore e percorrevano quella strada che lui conosceva a memoria come se stessero camminando su una ruotaia. Scivolavano.

Bruno le prime volte faticava a seguire il ritmo del padre, ma poi si abituò anche lui e camminando pensava ad altro.

Soprattutto pensava ai suoi coetanei, vestiti in modo diverso dal suo. Calzoncini corti e a volte colorati, lui invece un paio di pantaloni neri lunghi, una maglia con le maniche corte  bianca o di altro colore, lui una camicia a quadrettoni abbottonata fino al collo, sempre la stessa, d'estate  sandali ai piedi come i monaci, lui sempre le scarpe con le tacce. Ma era orgoglioso e non aveva alcuna invidia per quei bambini rumorosi che correvano come scriteriati lungo le stradine del paese.

Non gli piacevano il parlare a voce alta e le risate sguaiate. L'unica invidia che aveva era per il figlio del dottore. Sembrava un uomo rimpicciolito. Vestito sempre diverso con un cappotto chiaro, scarpe eleganti ai piedi e calzettoni, mia madre diceva scozzesi.

Lui non correva. Camminava.

Non gridava. Parlava.

Piccolo grassottello con i capelli curati e con una scrima diritta sulla parte sinistra dei capelli e un boccolo appena accennato. Bruno pensava che era già grande e che forse i figli delle persone importanti nascevano già grandi perchè nessun bambino di sua conoscenza si muoveva così come si muoveva Roberto.

E poi che nome bello Roberto. Gli altri ragazzi della sua età Cicciu Peppe Micu Brunu . Lui , solo lui Roberto. E non lo potevi chiamare in modo diverso da come si chiamava  Roberto perchè non suonava bene.

Concedeva la sua amicizia a pochi e quei pochi nei momenti in cui stavano insieme parlavano e si muovevano come lui … grandi.

Lo invidiava ma non voleva essere come lui. Ogni tanto di notte nel letto prima di addormentarsi si immaginava di essere lui …il figlio del dottore. Ma poi si addormentava e nemmeno nel sogno si dava questa possibilità.

Arrivati al campo sportivo, a morici, il padre dava sempre uno sguardo a quello spazio vuoto senza essere coltivato e gli si leggeva sul volto una espressione di disgusto quasi e proseguiva con ritmo ancora più elevato quasi a voler dimenticare quanti quintali di grano sarebbero usciti se il campo sportivo veniva lavorato a grano o quanti quintali di patate …

Ma a ..cu cazzu li vinne a ‘mmente  sta paccia “ Una pazzia al posto delle patate e Masi era terra di patate “

Quelle pazzia era  il frutto della ideologia del regime fascista che voleva  una gioventù virile…maschile e femminile .Quella di Masi era stata l’unica striscia di terra , a ridosso del paese, dove la gioventù del circondario si incontrava per le manifestazioni sportive.

Poi nel circondario ,quella striscia piana , divenne l’unico campo di pallone….

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